Il carisma comboniano oggi
Apporto di un approccio antropologico |
di Gian Paolo Pezzi
Nel Simposio di Limone il 2 luglio fu realizzato anche un pannello con diversi apporti. Ecco il primo che ci è pervenuto.
Roma, 06.06.2009 |
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Il tema del Simposio è: IL CARISMA COMBONIANO IN UN MONDO GLOBALE, verso un nuovo paradigma di missione.
Può l’antropologia culturale apportare qualcosa all’impostazione della domanda e alla ricerca di una risposta?
In un pannello, per la sua natura e i condizionamenti di tempo, più che argomentazioni si portano conclusioni. E’ quanto farò con tre premesse.
PREMESSE
1-. L’identità di un gruppo è stabilita dalla sua cultura in tutte le sue componenti: materiali, organizzative, ideologiche o da quello che si chiama idiosincrasia.
Tante sono le definizioni di cultura quante le scuole d’antropologia culturale. Io mi sono affidato a questa:
la cultura è il sistema simbolico di un gruppo umano,
messo in movimento nel quotidiano dall’interazione, soprattutto comunicativa,
per configurare, nella sua attrazione dal futuro, un progetto de persona umana e di vita sociale,
nelle coordinate concrete dello spazio e del tempo in che vive quel determinato gruppo umano.
Tre dunque gli elementi fondamentali che caratterizzano una cultura:
- Un nucleo centrale simbolico;
- L’azione quotidiana che lo trasforma in un progetto di vita;
- L’insieme delle relazioni strutturate che guida il gruppo verso il futuro.
2-. Il carisma comboniano, a prima vista, sembra costituirsi proprio come il fattore culturale che da identità al gruppo chiamato missionari comboniani. Tre sono, infatti, i suoi elementi presentati come essenziali:
- Il Cuore trafitto di Cristo Buon Pastore, fondante il sistema simbolico;
- L’azione quotidiana costruita su un progetto di vita: Africa o morte!
- Le relazioni strutturate attorno al fine, il futuro: Salvar Africa con Africa.
Se così fosse l’identità comboniana sarebbe costruita appunto da questi tre nuclei, da arricchire eventualmente con le proposte che nascono dagli altri elementi complementari della cultura: un futuro sognato, le varianti fra progetto personale e sociale, le coordinate concrete del tempo e dello spazio.
3-. Ad un’analisi d’antropologia culturale questa percezione risulta però debole:
- Il nucleo portante del sistema simbolico di Comboni –la realtà che il simbolo rappresenta- è un Dio che muore sulla croce - l’uomo-Dio inchiodato sulla croce. Il Buon Pastore, la Croce, il Cuor trafitto ne sono solo rappresentazioni pur palpitanti e emotivamente forti. Il valore portante su cui Comboni costruisce vita e azione è quello che la teologia chiama la dimensione soteriologica dell’incarnazione.
- Il grido Africa o morte, realizzazione nel quotidiano del nucleo portante del sistema simbolico, si apre non ai poveri e abbandonati sociologici o religiosi, ma a quanto e a quanti stanno alle frontiere della Chiesa e della società, o meglio ancora, a quanto e a quanti stanno al di là di queste frontiere. L’Africa ne è solo la concretizzazione spazio temporale.
- Le relazioni insinuate dal futuro l’Africa che salva l’Africa non si esauriscono in rapporti funzionali di fiducia, rispetto di persone e culture, che inevitabilmente sottintendono un punto centrale da cui questi atteggiamenti si diramano verso la periferia. Queste relazioni si configurano come quel complesso equilibrato di rapporti che costruiscono la consistenza di un gruppo umano, in questo caso l’umanità percepita come comunità di credenti.
La ricerca antropologica sviluppa la sua ricerca con inchieste, studi di campo, osservazione partecipata, eccetera. Le premesse enunciate garantiscono solo il punto di partenza ed offrono uno squarcio sul cammino fatto. Ma cosa suggerisce, come conclusione l’approccio antropologico al tema che ci interessa?

1-. Il carisma. Come impostare lo studio di un carisma.
1.1. Una visione olistica. Se il nucleo simbolico dell’esperienza fondante di Comboni è la dimensione soteriologica dell’incarnazione, siamo riportati al centro dell’esperienza di fede di ogni cristiano, essendo due i misteri fondamentali della nostra fede: Unità e Trinità di Dio; Incarnazione, morte e risurrezione di Cristo.
E l’identità culturale non è univoca ma inclusiva di molte dimensioni e, a maggior ragione, l’identità che presume assumere anche dimensioni di fede. Il metodo antropologico, nel nostro caso, invita a evitare di partire da Comboni per arrivare a Comboni: l’orizzonte di partenza sarà il nucleo centrale della fede -il Dio Trinità- per arrivare al carisma di Comboni passando per Gesù Cristo e la Chiesa, o sarà partire da Comboni e risalire attraverso la Chiesa all’Uomo sulla croce che ci parla di un Dio Padre di tutti gli uomini.
1.2. Carisma > cultura. La posizione antropologica è sempre esterna all’esperienza di fede e vede la dimensione religiosa come parte della cultura. Questa visione, dal punto di vista della fede, è riduttiva e in parte disonesta. Le scienze umane a volte però ci fanno capire i limiti e i rischi di visioni, analisi, prospettive religiose deboli. L’antropologia culturale rileva che il carisma, nel modo con cui ne parliamo, è più che altro un insieme di tratti culturali: ad gentes, ad pauperes, stile di vida, inserzione accanto ai poveri, scelte quotidiane, identificazione con il carisma, riferimenti al fondatore e al “suo” mito fondante, appaiono come aspetti culturali, non come esperienze di fede. E’ inevitabile: ogni fede si vive in dimensioni culturali; ma è anche ambiguo: nessuna cultura può donare la fede.
Nascono allora domande: quali sono gli elementi irrinunciabili di un carisma che impediscono di ricondurlo ad un affare culturale? Dove si situa per un gruppo il punto di rottura fra la sua cultura e un suo eventuale carisma?
1.3. Cultura > persone. Esiste la tentazione di oggettivare la cultura come se fosse una realtà statica e autonoma. Ogni cultura è mutevole, progredisce e regredisce, si sviluppa nelle sue dimensioni materiali, artistiche, sociali e politiche o s’involve. Si chiama cultura un insieme di tratti culturali che costituiscono la vita quotidiana delle persone. La cultura come soggetto non esiste: esistono i gruppi umani, i popoli che vivono questa cultura. Allo stesso modo non esiste un carisma, ma una persona o un gruppo di persone, secondo i casi che vivono un insieme di tratti religiosi chiamati carisma. E’ allora essenziale verificare quali sono questi tratti carismatici vissuti dal gruppo nel passato e nel presente (1).
1.4. Un’impostazione teleologica. Anche se riserviamo l’espressione Progetto di vita alla cultura e sogno al carisma, nasce comunque la domanda: cosa propone e dove porta questo progetto o questo sogno? In ogni progetto o sogno varcare i limiti dell’orizzonte è dato essenziale.
La cultura esiste perché c’è un gruppo umano che la vive e vuole continuare a viverla, altrimenti diventa reperto di museo. La storia insegna che, dall’impero babilonese a quello romano, una cultura che si ripiega sul presente, non solo muore ma porta il suo popolo alla morte. Solo le culture permeate da una fede, diciamo, escatologica, resistono al tempo: induismo, buddismo, giudaismo, cristianesimo, islam. Lo stesso vale per il carisma.
Danielou parla di due zone di mistero: una è la trascendenza della realtà spirituale superpersonale, che solamente è misteriosa perché i nostri occhi sono troppo deboli per percepirla. L’altra è subumana. E’ il mondo oscuro della génesi, della vita biologica e cosmica, del sangue. La sua trascendenza è quella della specie sull’individuo. Oggi, dice, si sente la nostalgia di quest’universo elementare, della indeterminazione iniziale, l’Ur primitivo. Questo svela una specie di debolezza congenita, che porta la persona, come insufficientemente costituita, a desiderare di ritornare e dissolversi nell’utero materno iniziale. Da qui sorge un reale bisogno di comunione che non è la volontà del bene comune da condividere con tutti, ma è un’attrazione di tipo istintivo, animale, suscettibile di ogni deviazione.
Il continuo richiamo al ricordo, al fare memoria senza assegnare spazio sufficiente all’attrazione del futuro trasforma questa nostalgia in tentazione (2).
Questa visione antropologica è applicabile al carisma: l’identità non si costruisce sulla diversità dell’altro conosciuta e sperimentata, ma sulla novità ancora sconosciuta. Fedeltà al carisma non è un’identificazione su tratti storicamente dati ma su quanto deve essere scoperto nell’orizzonte del futuro.
Il senso delle cose sta radicato nella speranza del futuro; la persona attuale è frutto non solo di un seme gettato nei solchi dell’universo nel trascorso dei secoli, ma di un’attrazione verso il futuro, che il presente solo annuncia come aurora. La critica fondamentale all’antropologia come scienza e alla visione del carisma strutturata in un certo modo, concerne il suo atteggiamento di frugare nel passato invece di contemplare da una prospettiva di futuro. I fatti religiosi non hanno valore come eventi storici radicati nel passato ma come realtà proiettate nella storia a partire dal futuro e che preannunciano il futuro. E infatti ogni gruppo umano –eccetto i casi di sterminio fisico– sopravvive alle sue culture: modifica continuamente il suo progetto di vita per conservare l’essenziale, la vita.
Rovesciando la percezione lineare del tempo della logica occidentale, si potrebbe leggere l’anteriorità storica con gli occhi dell’indigena latino americano: il passato che conosciamo ci sta davanti, è il futuro sconosciuto che sta dietro, come compito e missione che si realizza seguendo le orme degli antenati.
E infatti, da dove viene l’istinto del progresso e la volontà di crescere delle persone e delle società se non da questo sguardo innato e dall’attrazione del futuro? L’impulso di vita che scaturisce continuamente in seno all’umanità si comprende e si verifica con l’apporto della filosofia e della teologia aprendo quindi spazi che non sono empirici ma avvicinano all’approccio di fede.
1.5. Carisma > legato. Il nostro modo abituale di parlare, identifica il carisma con quel sistema di valori che l’antropologia chiama sistema simbolico. In realtà quello che chiamiamo carisma l’antropologia lo chiama eredità culturale. Il fondatore di un gruppo gli lascia per fondare la sua identità un legato culturale. Ridurre il legato a carisma orienta in ambiguo la riflessione sul tema dell’identità di un istituto. E questo ci riporta alla domanda iniziale. Oggi, quando l’idea e la realtà della missione hanno cambiato; le situazioni di vita dei Mccj e la loro geografia vocazionale sono mutate in modo radicale: dove fondano i comboniani la loro identità, il loro senso di appartenenza, la loro missione?

2-. Possono questi tratti di una visione antropologica apportare qualcosa alla comprensione del carisma comboniano in un mondo globale e alla definizione di un nuovo paradigma di missione?
2.1. Da quanto detto si deve concludere che è impossibile studiare e capire un fondatore e il suo carisma evitando l’analisi della dimensione culturale e/o dei problemi di questa dimensione. Lo sviluppo di un Istituto non ha bisogno sempre di una spiegazione “divina”: ogni fatto cultuale sopravvive, almeno fino ad un certo punto, per la sua forza intrinseca dal momento in cui comincia ad esistere.
2.2. Quanto l’antropologia può apportare alla comprensione del carisma sarà sempre generico, cioè applicabile a ogni carisma. Non tocca all’analisi antropologica determinare la valenza spirituale di un carisma. Ma il legato di un fondatore –come Comboni– finisce ridotto a puro fenomeno religioso, se non lo si analizza prima come una variabile culturale della persona e del gruppo umano. Solo la lettura culturale permette di scoprirne le valenze religiose e di fede (3).
2.3. Il legato di un fondatore al suo istituto va visto non come eredità del passato da recuperare per attualizzarla, ma come una semente del futuro lanciata nel cammino della storia dal fondatore che i suoi eredi solo sapranno vivere nel presente se avranno chiaro il progetto di futuro –o sogno- che dava consistenza e senso alla vita, alla esperienza e all’opera del loro fondatore: Qual era i progetto di vita che captava il futuro di Comboni? Come lo definiva e fondava? E’ questa visone di futuro che differenzia l’eredità d’un fondatore religioso dai miti di origine e dall’eredità culturale dei gruppi tribali ed etnici che riempiono gli studi etnografici.
Il carisma personale di un fondatore, e il legato ai suoi istituti, non sono quindi una ricchezza da considerare valida nel presente e sempre semplicemente perché nasce da un passato storico; è valida piuttosto quando apre prospettive di futuro e continua a dare impulsi all’oggi storico come lo fece con il presente storico del fondatore. La domanda è: cosa apporta questo carisma al progetto di vita che l’umanità si sta forgiando oggi? I seguaci di un fondatore saranno fedeli all’ispirazione originale nella misura che continuano a camminare verso quel futuro che il sogno del fondatore scorgeva in immagine. E’ una visione che può mancare a chi va piano non perché vede chiaramente le tappe da percorrere ma perché non sogna il futuro come presente.
2.4. La fecondità di questa impostazione potrebbe essere dimostrata approfondendo il tema della conversione. Accenno solo a due aspetti:
i-. Nella visione antropologica descritta, vera conversione si da solo quando il sistema simbolico si trasforma e si rinnova. Cioè per fare un esempio, l’ebreo diventa cristiano quando, nel suo orizzonte simbolico, il Dio potente che schiaccia i nemici diventa il Dio debole e nascosto. Parlare della nuova civilizzazione dell’amore vuol dire riconoscere questa esigenza; questo cambio di sistema simbolico da solo però ha dato origine alla cristiandad, nei suoi effetti ben lontana dal Vangelo. Occorre tener presente un secondo principio:
ii-. Il relativismo culturale nelle sue due dimensioni:
- positiva, ogni cultura è il progetto di un gruppo umano e ha quindi lo stesso valore fondante per la vita di un popolo; non c’è cultura migliore o peggiore, nemmeno in senso relativo, cioè in relazione v.g. al cristianesimo o all’islam. E’ ambiguo il concetto di valori e controvalori culturali che farebbero un popolo più o meno vicino ad una supposta cultura cristiana o musulmana. Balasuriya ne parla come di colonialismo e saccheggio teologico.
- negativa; proprio per questo relativismo, ogni cultura appare ed è di fatto limitata, incompleta ed incapace di affrontare da se stessa il futuro sconosciuto e indeterminabile. Ogni cultura che non vuole portare il proprio popolo alla morte accetta di essere arricchita per affrontare il futuro. E’ comprensibile che l’apporto del messaggio evangelico, in quanto ha di proprio senza essere impositivo, possa arricchire ogni cultura e religione in ciò che ha di debole e magari anche salvarla.
Si tratta di esaminare i tratti d’identità culturale di ogni religione in rapporto all’altra:
- Che apporta al Buddismo, il Dio personale e la risurrezione evangelica?
- In che arricchisce il giudaismo il Dio Trinità che si incarna?
- Qual è il vuoto dell’islam, che colma il Dio che muore in croce?
Naturalmente il discorso può essere ipostato al rovescio.
La conversione non è più allora la distruzione di un sistema simbolico per sostituirlo con un altro, ma il riaggiustarsi di un sistema simbolico dovuto all’irruzione di valori che permettono ad una cultura di sopravvivere davanti al futuro che incombe.
Conclusione. “Io muoio ma la mia opera non morirà”.
Un’interpretazione materiale di questa frase porta a vedere in Comboni un profeta minore che crede che quanto fa è opera di Dio, per cui continuerà; in fondo il Dio sconosciuto a tutti gli altri si identifica con lui e la sua opera.
Ma possiamo anche contestualizziamo culturalmente la frase.
Negli ultimi momenti della sua vita, Comboni esorta ai suoi a “tener valore nel presente ma soprattutto davanti al futuro”. Nel momento della morte passa la posta ai suoi compagni che “Testimoni della sua morte di giusto ripetono il suo grido ¡O Nigricia o muerte!” e si riconoscono proprio allora suoi figli.
“Io muoio ma la mia opera non morirà”, diventa quindi la frase-consegna di un legato, del legato di quanto Comboni aveva di più prezioso: la sua consacrazione al Dio che muore sulla croce anche per gli africani e il “suo” Piano, l’intuizione che, per lui, è la sola che renderà possibile rigenerazione dell’Africa.
Per capire quanto il carisma di Comboni –il suo legato- possa apportare alla missione oggi diventa importante definire quello che Comboni non ha potuto realizzare e dove ha fallito: la collaborazione fra istituti religiosi, la fondazione di università e istituti tecnici, la formazione di una gerarchia africana, un’evangelizzazione globale distanziata dagli interessi delle potenze europee, una voce che sgorga libera e spontanea dal cuore degli stessi africani. Non saranno proprio la parte non realizzata del suo progetto e i suoi fallimenti il nucleo centrale dell’eredità che Comboni lascia ai suoi eredi?
p. Gian Paolo
Limone, 01.07.2009
NOTE
1- Risulta curioso per molti, anche comboniane, che nell’icona del Comboni: Le donne del Vangelo, appaia anche la figlia di Jefte. E’ questi l’unico capo del popolo –Giudice, profeta o re- che non sia stato scelto direttamente da Dio ma da una fazione del popolo e per motivazioni non prettamente religiose. E’ una ingenuità poetica dell’autrice? Una provocazione? O un’illazione provvidenziale a ricordare che lo sbandamento dal carisma, dono di Dio, al fatto culturale, prodotto della società o meglio di una parte della società, è un rischio sempre ricorrente?
2- Staehelin, uno studioso americano, afferma che la scienza stessa sta cambiando la sua visione. Dava per scontato che il vivente si caratterizza per tre constanti indiscutibili ed escludenti: una temporalità e una spazialità individuale e limitata; una storia vitale individuale, cioè distinta e delimitata rispetto a ogni altro vivente. Oggi mette in discussione tali constanti. Siamo in cammino verso l’immagine di persona distinta e nuova per scienza, cultura, etica, pedagogia e politica. La persona va interpretata in modo diverso da quanto si è fatto negli ultimi tre secoli e ci dirigiamo verso una nuova epoca.
3- La Lettera di Comboni al neoeletto papa Leone XIII potrebbe Essere un esempio eloquente. Se la prendiamo solo come fatto teologico e spirituale in Comboni ci viene da considerarlo più papista del Papa; se la guardiamo come fatto culturale comprendiamo che Comboni che ha da poco perso il suo grande protettore Pio IX cerchi ci ingraziarsi con i mezzi e nel contesto dell’epoca i favori del nuovo Papa purché la missione in Africa proceda.
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